Il Dibbuk

Il Dibbuk

di S.A. An-skij

Anno accademico 2011/2012

Il testo

Capolavoro della letteratura teatrale ebraica del primo Novecento, tradotto in numerose lingue e ancor oggi rappresentato in tutto il mondo attraverso trasposizioni fedeli e i più diversi adattamenti, il Dibbuk di S.A. An-skij ha avuto una storia testuale avventurosa e complessa.
Scritto nel 1913/14 originariamente in russo e destinato al Teatro d’Arte di Mosca, il dramma fu contemporaneamente composto anche in yiddish e nel 1918, tradotto in ebraico dal poeta Chaim Nachman Bialik (1873-1934), fu pubblicato per la prima volta sul periodico ebraico Ha-tequfah. An-skij però non smise di lavorare alle altre  versioni del testo e infine, anche influenzato dalla traduzione di Bialik, ne preparò la versione finale in yiddish.
Fra gli anni ’20 e ’30 il testo  fu tradotto più volte in varie lingue europee – anche in italiano – mentre le rappresentazioni sceniche della compagnia di teatro Habima, nell’allestimento espressionista di Evgenij Vachtangov, consacravano la fortuna del dramma rendendo la versione ebraica di Bialik il testo “ufficiale” del Dibbuk di Habima: che trasferitasi infine nella Palestina britannica diventerà, in seguito, il teatro nazionale ebraico d’Israele.

In Europa e specialmente in Polonia, intanto, le rappresentazioni del testo yiddish si susseguirono nell’allestimento tradizionale della compagnia di teatro yiddish di Vilna.
Solo da pochi anni è stato ritrovato il testo
originale russo del Dibbuk nell’archivio della Biblioteca Statale del Teatro di S. Pietroburgo: è quindi possibile oggi seguire in profondità la genesi e le trasformazioni di quest’opera eccezionale, disponendo delle tre principali versioni del testo che, a loro modo, costituiscono altrettanti “originali”: espressioni uniche di un ambiente linguisticamente e culturalmente tripartito – fra ebraico, russo e yiddish – dopo il 1939 spazzato via dalla guerra e dalla Shoah.

L’autore

Nato il 15 ottobre 1863 nel villaggio di Čašniki, nel distretto di Vitebsk – attualmente in Bielorussia – come Shloyme Zanvl Rappoport, il futuro uomo politico, giornalista, etnografo, innografo, drammaturgo e scrittore Sholem An-Skij si forma da autodidatta, perfezionandosi poi nella letteratura ebraica, russa ed europea.
Allontanatosi dalla tradizione ebraica per abbracciare gli ideali del socialismo democratico, An-skij sopravvive praticando i mestieri più diversi – tutore, insegnante di russo, rilegatore, minatore – scrivendo novelle e collaborando a periodici, generalmente di modesta diffusione. Il suo impegno pubblico a favore delle classi umili e oppresse nella Russia zarista lo rende inviso alle autorità e, nel 1891, lascia l’impero e ripara dapprima a Berlino e poi a Parigi, dove nel 1900, sulla scia del Partito Socialista Rivoluzionario Russo in esilio, fonda con Viktor Černov un movimento socialista rivoluzionario a base populista.
Nel 1901 scopre le potenzialità ideologiche ed espressive della lingua yiddish e scrive alcuni poemi rivoluzionari che diverranno famosi, come Tsum Bund (“Al Bund”; 1901) e Di shvue (“Il giuramento”; 1902) – poi inno del Bund, l’Unione generale dei lavoratori di Lituania, Polonia e Russia – traducendo per la prima volta in yiddish L’internazionale. Tornato in Russia, An-Skij si dedica soprattutto alla vita politica e si stabilisce a S. Pietroburgo. L’interesse per le classi subalterne lo spinge ad approfondire la conoscenza delle tradizioni e del folklore delle numerose comunità ebraiche dell’impero e nel 1911, dopo aver ottenuto un finanziamento, realizza una pionieristica spedizione etnografica in Volinia e in Podolia, che in tre anni di lavoro frutta migliaia di testi, interviste, registrazioni musicali, oggetti e fotografie.
Il materiale raccolto e i luoghi visitati ispirano direttamente il Dibbuk, la cui prima stesura è completata all’inizio del 1914 ma che, giudicata inadatta al teatro, viene rivista per aderire alle richieste della censura e degli esperti del Teatro d’Arte di Mosca, fra cui Konstantin Stanislavskij, il quale riconosce il valore del dramma.
Eletto alla costituente per il collegio di Mogilev nel Partito Socialista Rivoluzionario, in seguito allo scioglimento dell’assemblea e in quanto oppositore del bolscevismo An-Skij deve fuggire a Vilna, dove nel 1919 pubblica il Dibbuk in yiddish e si dedica al riordino della sua vasta produzione letteraria, destinata a quindici volumi completati poi postumi, nel 1925. Da tempo affaticato, lo scrittore muore a Varsavia per un attacco cardiaco l’8 novembre 1920. Al suo funerale i rappresentanti della Vilner Troupe s’impegnano a mettere in scena il Dibbuk e allo scadere dei trenta giorni di lutto, il successivo 9 dicembre, si svolge al Teatro Elyseus di Varsavia la sua prima, acclamatissima rappresentazione.

La trama

Al centro del Dibbuk (il cui titolo è in yiddish Der dibek: tsvishn tsvey veltn, “Il Dibbuk: fra due mondi”, con riferimento al legame fra mondo dei vivi e dei morti) vi è la storia dell’amore incompiuto fra Leah/Leye, figlia del ricco mercante Sender, e Hanan/Khonen, povero studente della comunità chassidica di Brinitz. Senza speranza di poterla sposare, Khonen non esita a ricorrere alle arti segrete della qabbalah pur d’impedire il matrimonio di Leye con altri pretendenti, ma rimane infine egli stesso vittima delle forze occulte che ha evocato.
Il giorno del matrimonio con un giovane di buona famiglia, Leye ottiene il permesso di recarsi al cimitero per pregare sulla tomba della madre, ma sulla strada del ritorno è posseduta dal dibbuk di Khonen, lo spirito inquieto del giovane che si attacca – questo il significato della parola ebraica dibbuk – al corpo della sua sposa mancata, manifestandosi presso il baldacchino nuziale e mandando a monte il matrimonio.
Leye viene quindi condotta dal rebbe Ezriel di Miropol, venerato tzaddik chassidico, per un esorcismo: ma il padre di Khonen, Nissan/Nisen, si manifesta dal mondo dei morti spiegando come Khonen e Leye fossero promessi sposi già da prima della loro nascita a causa di un accordo giovanile fra genitori, di cui il padre della fanciulla si era dimenticato. Chiamato in causa innanzi a un tribunale rabbinico, Sender viene prosciolto dalle sue responsabilità e allo spirito di Khonen viene intimato, nel corso di un terribile rituale esorcistico, di lasciare il corpo di Leye.
Minacciato di scomunica, il dibbuk deve abbandonare la ragazza, ma Leye, separata da colui che le era stato destinato, ne riconosce la voce durante il commiato e si lascia morire per ricongiungersi a lui per sempre.

* Il laboratorio di teatro ebraico del CSE si avvale della nuova traduzione del Dibbuk curata da Giancarlo Lacerenza (per il testo ebraico), Aurora Egidio (per il russo) e Raffaele Esposito (per lo yiddish), in corso di pubblicazione nell’Archivio di Studi Ebraici.