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Nuove scoperte dell’Orientale a Cuma

Pubblicato il 09/04/2019
Area Comunicazione

“Rispetto agli altri contesti faunistici che abbiamo studiato, quello trovato nel contesto abitativo greco della fine dell’VIII secolo a.C. a Cuma è eccezionale” dice Matteo D'Acunto, professore associato in Archeologia Classica presso l’Università L’Orientale di Napoli. “Assieme a resti di maiali, caprovini e buoi parzialmente combusti, la presenza di ossi di equidi e di orso, non riconducibile alle attività alimentari che si conducevano giornalmente nelle cucine dei coloni greci, lascia ipotizzare un sacrificio nelle prime fasi di fondazione della colonia greca” spiega il ricercatore che dal 2007 dirige gli scavi nel settore settentrionale dell’abitato greco-romano di Cuma, nell’area vulcanica dei Campi Flegrei.

Lo scavo dell’Università l’Orientale si svolge con la formula del cantiere scuola, che vede la partecipazione di un centinaio di studenti all’anno, in regime di concessione dal Ministero per i Beni Culturali e sotto l’egida del Parco Archeologico dei Campi Flegrei, diretto da Paolo Giulierini. Il nuovo contesto archeologico e faunistico è stato presentato per la prima volta in occasione di un convegno internazionale tenutosi a Lacco Ameno, Ischia, nel maggio 2018 ed è adesso in corso di pubblicazione sulla rivista AION Archeologia e Storia Antica.

“Non è soltanto la particolarità delle specie, ma anche quali porzioni anatomiche e come queste sono state trattate” aggiunge Ivana Fiore, archeozoologa collaboratrice del Laboratorio del Servizio di Bioarcheologia del Museo delle Civiltà di Roma, che ha studiato i 299 frammenti di ossi animali riportati alla luce dal gruppo di ricerca di D’Acunto. Tra questi la ricercatrice ha individuato la presenza di almeno 11 caprovini, 12 maiali e sei buoi, animali domestici normalmente associati alle attività alimentari, ma che qui presentano delle caratteristiche particolari. Gli ossi recano infatti segni di macellazione e di combustione, con una importante incidenza della pratica dell’arrosto/spiedo, nonché in percentuale significativa evidenze di una combustione diffusa, che dimostra l’esposizione diretta di alcune degli ossi alla fiamma.

“Le modalità di cottura e depezzamento hanno aiutato a capire che non era cucina tradizionale in contenitori, ma utilizzo diverso. La carcassa è stata ridotta in piccole porzioni che sono state arrostite, con la parte ossea che sporgeva che è più annerita e carbonizzata. La restante parte degli ossi non carbonizzata era ricoperta dalla carne” spiega la ricercatrice che sottolinea che non è frequente trovare parti combuste solo in parte e aggiunge che “non si tratta di resti di pasto consumati che sono stati gettati nel fuoco per essere distrutti. Si tratta di una pratica di cottura particolare.” Matteo D’Acunto spiega che il fatto che gli ossi fossero direttamente a contatto della fiamma e depezzate riflette un modus operandi del sacrifico greco, “in cui il corpo dell’animale viene diviso tra le carni che vengono distribuite ai partecipanti al sacrifico, i commensali, mentre le ossi direttamente sulla fiamma sono bruciate per essere dedicate agli dei che partecipavano indirettamente al sacrifico, respirando idealmente il fumo della combustione degli ossi sulla fiamma”…

 

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http://www.nationalgeographic.it/scienza/2019/04/09/news/reperti_faunistici_unici_in_un_sacrificio_rituale_dell_antica_colonia_greca_di_cuma-4362179/