News e storie

Storie

Il regista turco Veysi Altay incontra gli studenti dell’Università Orientale

Pubblicato il 27/04/2022 scaduto
immagine per la news Il regista turco Veysi Altay incontra gli studenti dell’Università Orientale

Il tema dei diritti negati e rivendicati, ma anche il coraggio di chi combatte e resiste per l'identità di un popolo e di una terra da difendere. 

Tutto questo al centro del seminario, in modalità mista in presenza e in DAD, che si è svolto al Palazzo Mediterraneo dell'Università Orientale di Napoli, alla presenza della prof.ssa Valentina Ripa (Festival del Cinema Diritti Umani /Università di Salerno), che ha introdotto il dibattito.

L'incontro, previsto nell’ambito del Laboratorio di Produzioni Audiovisive Teatrali e Cinematografiche tenuto dal prof. Francesco Giordano, ha ospitato il fotografo, giornalista e regista turco curdo Veysi Altay, attivista, volontario per l'Associazione dei diritti umani in Turchia e per Amnesty International,  perseguitato dal regime di Erdogan per le sue opere coraggiose che ricordano al mondo la tragedia di un popolo senza terra e senza Stato,  nonché il dramma delle donne curde combattenti, vittima della repressione del Governo turco. Il coraggioso regista ha denunciato nel corso dei suoi lavori sparizioni forzate, genocidi, stragi e ha raccontato, al contempo, la nostalgica bellezza del sacrificio di tanti e tante combattenti curde che hanno segnato la sconfitta dell’Isis. Ha tantissime denunce a suo carico con l'accusa di propaganda terroristica e offesa allo Stato turco e processi in corso, per i quali Veysi rischia la vita. 

Nel corso dell'incontro, che ha emotivamente coinvolto, emozionato e appassionato gli studenti, è stato proiettato “Nujin – Nuova Vita”, il suo film forse più toccante, che narra della vita di tre donne soldato sul fronte di Kobane, durante la guerra di liberazione della città siriana dalle milizie islamiche, nel 2013-14. E’ una storia di guerra e di resistenza che ci guida, attraverso i visi e le voci di ragazze giovanissime, nelle loro paure e nel rischio che le attende, mentre spiegano come sia possibile passare dalle fatiche domestiche al fucile senza per questo rinunciare ai sogni reconditi della propria vita di donne.  Le immagini non indugiano mai su un’arma o su una scena di guerra, se non per documentare l'efferatezza degli attacchi,  ma sempre su volti giovani che  esprimono la determinazione e il coraggio, tra una danza e i gesti quotidiani immortalati dalla telecamera di Veysi Altay. Ed è così che lo spettatore finisce per interrogarsi sul destino di queste ragazze sorridenti e scoprire alla fine l’amara verità. Donne che diventano cecchine determinate e lucide, che raccontano di come sia più dignitoso morire in un combattimento piuttosto che a casa, perché, ripetono, "onore è difendere la nostra terra". Guardiane del popolo,  non solo di quello curdo, ma anche simbolo della lotta per il riconoscimento dei diritti delle donne e per costruire un nuovo ruolo sociale, lì dove, in Medio Oriente il destino della donna è subalterno e segnato.

In un momento storico in cui parlare di diritti e appartenenza può significare lotta per resistere ed esistere, il regista curdo, che non ama definirsi eroe, vuole far sentire la sua voce in un viaggio in Italia che tocca varie tappe, tra cui l'università Orientale. Veysi, sollecitato dalle domande degli studenti e dei giornalisti presenti in aula, ha raccontato di come lui sia andato a Kobane non pensando di girare un film, ma di dare il suo sostegno  alla popolazione civile, poi una volta lì ha deciso di immortalare la realtà che aveva davanti e lo ha fatto per tre mesi, fianco a fianco alle combattenti curde con lo scopo di raccontare al mondo la verità dei fatti, senza filtri, cosa stesse succedendo a Kobane e dare visibilità a ciò che sarebbe stato dimenticato nel frastuono delle guerre che insanguinano il Medioriente, lì dove non esiste libertà artistica. Al racconto in presa diretta ha fatto seguito un lungo lavoro di postproduzione, scrittura e montaggio.

"Ho avuto paura" racconta Veysi ma quello che lo spinge a raccontare è più forte. Attraverso primi piani, dettagli, la macchina cinepresa in soggettiva ci fa entrare nella scena come se la stessimo vivendo, ci fa scorgere i visi delle giovanissime donne guerriere. Lunghi piani sequenza che sono spaccati di vita e la fotografia del film che non lascia spazio a indugi. Un reportage di una guerra invisibile eppure così efferata.

Una studentessa gli domanda come si diventa reporter di guerra e Veisy le risponde che non saprebbe spiegarglielo semplicemente perché  non dovrebbero più esserci guerre.

Infine l' invito di Veysi ai giovani a continuare a seguirlo, per creare uno scudo mediatico e ricercare sempre la verità dei fatti oltre la propaganda mediatica, documentandosi e con coscienza critica per dare il vero volto alle cose. Conformemente alla missione della Rete del Caffè Sospeso, una rete di solidarietà per intellettuali perseguitati,  il pubblico è invitato, per i mesi a venire, a mantenere un rapporto a distanza con il regista, assumendo un ruolo di “scorta mediatica” per la sicurezza di Veysi Altay, già condannato più volte dalla giustizia turca e in attesa dei verdetti di appello.